Stenosi vertebrale

Dr. Scrofani Raffaele

La stenosi vertebrale è una patologia frequente, soprattutto negli over 60 anni. Uno dei più grandi problemi di tale patologia è sempre stata la sua definizione. Una prima descrizione della stenosi vertebrale è stata fornita da Antoine Portal nel 1803, allievo di Morgagni, che a sua volta aveva già descritto la presenza di canali  vertebrali stretti senza però farne una specifica menzione. Uno dei primi concetti di cui Portal fu portatore è che non sempre la ristrettezza del canale (stenosi vertebrale) comportava una sintomatologica clinica; lui imputava ciò alla velocità con cui si era instaurata la compressione della colonna.Tutti gli autori che seguirono cercarono di descrivere e soprattutto diagnosticare la stenosi vertebrale quanto prima, in modo da poter curare il paziente quanto prima. Cosi contribuirono Sumit, Sarpynerer, Elseberg, Dyke e via dicendo.

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Antoine Portal (Gaillac, 5 gennaio 1742 – Parigi, 23 luglio 1832) è stato un medico, anatomista, professore universitario francese.

Con il termine “stenosi vertebrale” (dal greco stenosis: restringimento) si intende una diminuzione del diametro del canale vertebrale, del recesso laterale e/o dei forami intervertebrali a carico del rachide lombosacrale, con conseguente compressione sacco durale e/o le radici spinali. Tale restringimento può dipendere da diversi fattori, che ne condizionano clinica e trattamento. Per comprendere meglio questa patologia degenerativa del rachide, proponiamo qualche breve cenno di anatomia di una vertebra tipica.

Cenni anatomici:

La colonna vertebrale è costituita da segmenti ossei sovrapposti fra loro definiti vertebre: 7 vertebre cervicali, 12 toraciche, 5 lombari, 5 sacrali che costituiscono l’osso sacro, e 3 o 4 coccigee che costituiscono il coccige. E’ paragonabile ad una colonna molto flessibile a snodi ancorata al sacro che è sottoposta a carichi di varia natura: come quello di compressione assiale, di trazione di taglio di torsione di flessione.
La colonna è sostenuta da formazioni muscolo-tendinee e legamentose che cercano di equilibrare le varie forze alle quale è sottoposta.
La colonna nel suo complesso ha molteplici funzioni:
• Sostegno: è il vero pilastro centrale del tronco, nelle zona cervicale e lombare occupa quasi una posizione centrale nel tronco per sostenere testa e visceri, mentre nella zona toracica è spostata leggermente indietro dagli organi mediastinici.
• Movimento: alla colonna sono ancorati testa e cingoli nonché moltissimi muscoli che permettono i movimenti nello spazio.
• Contenimento: e protezione del midollo spinale che decorre nel suo astuccio osseo inestensibile assialmente.
La colonna vertebrale presenta in sezione sagittale quattro curvature due a convessità anteriore (lordosi) cervicale sacrale, due a convessità posteriore (cifosi) toracica e sacrale. La gravità ed il peso degli organi tenderebbe ad accentuare tali curve se non intervenissero le strutture muscolari, prevertebrali, addominali, paravertebrali, a mantenere tale conformazione.
Tale particolare conformazione anatomica è fondamentale poiché aumenta la resistenza alla compressione assiale della colonna, visto che è dimostrato che la sua resistenza è proporzionale al quadrato del numero delle sue curve (n°) più uno. Quindi va da se che una colonna con due raddrizzamenti avrà una resistenza alla compressione assiale di circa la metà di una colonna normale.
In questo breve lavoro ci soffermeremo maggiormente sulla cerniera lombosacrale,da un punto di vista anatomico biomeccanico e fisiopatologico. Tale struttura è spesso oggetto di trattamenti chirurgici come per esempio la cura della stenosi vertebrale; è quindi necessario che il chirurgo abbia una completa padronanza di questo delicato e complicato distretto corporeo.

Cenni anatomofisiologici
Le vertebre
L’unità funzionale della colonna è costituita da due vertebre adiacenti dal disco intervertebrale e dai tessuti molli interposti.
La vertebra presenta la conformazione interna tipica delle ossa brevi è costituita anteriormente da un corpo vertebrale (soma) che presenta una corticale di osso denso (compatto) che racchiude osso spugnoso.
La corticale superiore e inferiore del corpo viene definita piatto ricoperto da cartilagine ialina (articolare). Il piatto vertebrale è più spesso al centro dove si trova la cartilagine mentre la parte periferica presenta un rilevo detto orletto marginale derivante da un nucleo di ossificazione epifisario che si salda al corpo della vertebra durante la pubertà. La mancata ossificazione causa la cosiddetta malattia di Schauermann. La parte posteriore del corpo costituisce parzialmente la parte anteriore del forame di coniugazione che permette il passaggio dei nervi spinali.
Posteriormente presenta un arco posteriore in cui sono fissate dall’avanti all’indietro: due peduncoli ds e sn a forma di lamina che uniscono il corpo all’arco vertebrale i processi articolari superiori e inferiori, che si articolano che si articolano con gli omonimi delle vertebre sopra e sottostanti. Quando i peduncoli sono corti si è più a rischio di avere una stenosi vertebrale. I processi trasversi, che nel tratto lombare sono particolarmente pronunciati e prendono il nome di processi costi formi, e infine troviamo le lamine ds e sn che si uniscono a formare in processo mediano che si porta posteriormente denominato apofisi spinosa.
Fra corpo e arco viene quindi a delimitarsi uno spazio detto foro vertebrale che permette il passaggio del midollo spinale.
In sezione frontale il corpo vertebrale presenta delle travate di osso spongioso che si irradiano secondo linee di forza verticali che uniscono i due piatti superiore ed inferiore; e orizzontali che uniscono le due corticali laterali.
In sezione sagittale si evidenziano anche due sistemi di fibre a ventaglio: quello superiore parte dal piatto superiore e si dirige passando per i peduncoli fino ai processi articolari superiori e all’apofisi spinosa; quello inferiore parte dal piatto inferiore e si dirige attraverso i peduncoli ai processi articolari inferiori e all’apofisi spinosa.
L’incrocio di questi sistemi trabecolari da un’elevata resistenza in quasi tutto il corpo ma nella zona anteriore esiste una zona dove vi sono solo travate verticali. Tale zona di minor resistenza è spesso responsabile della fratture a cuneo causate da compressioni assiali. Vari studi mostrano che una forza compressiva di 600 Kg causa una frattura da schiacciamento (cuneo) nella zona anteriore della vertebra ma per schiacciare totalmente tutto il corpo vertebrale sono necessari almeno altri 200 Kg. La zona di maggior resistenza è invece la parte posteriore del corpo e dei peduncoli tant’è che viene definita da alcuni Autori (Decoulx, Rieunau) il muro posteriore.
Il corpo vertebrale con l’invecchiamento diventa più rigido è in grado di immagazzinare meno energia quindi più sottoposto al rischio di frattura anche senza traumatismi (crolli osteoporotici).
Nella colonna lombare si apprezzano alcune differenze: il corpo vertebrale è più esteso in larghezza, in senso anteroposteriore ed è più alto; l’apofisi spinosa è molto grande e si porta direttamente indietro.
La quarta e quinta vertebra lombare a causa delle forti connessioni con l’iliaca (legamenti ileo lombari) possono essere considerate come il tetto del bacino formando un collegamento statico fra rachide e bacino.
Mentre la terza lombare che si trova all’apice della lordosi lombare, presenta un arco posteriore molto sviluppato funziona come un relais muscolare tra i fasci muscolari a provenienza iliaca (lungo del dorso). E’ la prima vertebra veramente mobile della colonna lombare.
Il periostio vertebrale è innervato dal nervo sino vertebrale che ha la misura di un grosso filo ed è formato dalla congiunzione di una radice spinale e da una radice simpatica. La radice spinale dal nervo dalla sua uscita dal foro di coniugazione o dalla branca anteriore o posteriore. L’altra radice proviene dal ramo comunicante bianco vicino, spesso soprastante.Nella stenosi vertebrale la radice risutla spesso schiacciata dai tessuti circostanti

Anatomia della colonna vertebrale.

L’osso sacro
A seguito delle vertebre lombari si trova l’osso sacro che deriva dalla fusione dei cinque segmenti primitivi delle vertebre sacrali. Insieme alle due ossa dell’anca ed al coccige forma il bacino.
Nell’insieme ha una forma a piramide quadrangolare con la base in alto. Tale base forma con la 5° lombare un angolo a convessità anteriore detto promontorio. Tale forma dovuta alla rapida diminuzione della dimensione delle vertebre sacrali e coccigee dipende dal fatto che questo tratto di colonna non deve sostenere alcun peso. Il sacro è percorso dal canale sacrale, l’ultima parte del canale vertebrale. Nella faccia anteriore e posteriore il sacro presenta i fori sacrali anteriori e posteriori che permettono il passaggio dei nervi spinali sacrali.

La faccia posteriore convessa sulla linea mediana presenta la cresta sacrale media, data dalla fusione dei processi spinosi delle vertebre sacrali. Lateralmente si trovano le creste sacrali intermedie destra e sinistra derivate dalla fusione dei processi articolari delle vertebre sacrali. Tali creste terminano in basso con un’acuta sporgenza il corno sacrale. A lato delle creste troviamo bilateralmente i quattro fori sacrali posteriori che danno il passaggio ai rami posteriori dei nervi spinali sacrali.
Lateralmente si trovano le creste sacrali laterali dalla fusione dei processi trasversi.
Le facce laterali presentano la superficie articolare per l’osso dell’anca la faccia auricolare, dietro la quale si trova la tuberosità sacrale una superficie che da impianto a molti legamenti.
La base del sacro si articola con la quinta lombare, posteriormente presenta l’orifizio superiore del canale sacrale. Lateralmente presenta due superfici triangolari le ali del sacro.
Il sacro, per la sua conformazione, può essere considerato come un cuneo che s’incastra tra le due ali iliache sul piano frontale e sul piano trasversale. Si tratta di un sistema auto-bloccante: maggiore è la risultante delle forze discendenti tanto più il sacro è bloccato tra le ali iliache (Snijders et al., 1993, 1997; Vleeming et al., 1990, 1997). Un altro meccanismo di stabilizzazione sono rappresentati dalla stabilità articolare basata sugli attriti a livello delle auricole (form closure) e dalla forza addizionale di chiusura sotto carico dinamico basata sulle strutture miofasciali (force closure). La stabilità del sacro è inoltre garantita dalla presenza di molti legamenti che saranno esposti in seguito.

Il disco intervertebrale
Il disco intervertebrale è costituito da fibrocartilagine che si riscontra anche in altre zone come la sinfisi pubica, la sincondrosi fra prima costa e sterno, così come nei menischi articolari.Nella stenosi vertebrale spesso si associa una patologia del disoco intervertebrale che accellera la sintomatologia della malattia.
Questa tipologia di cartilagine è una forma di transizione tra il tessuto connettivo denso e la cartilagine ialina; è costituita da fasci fibrosi di connettivo tipo I immersa in una scarsa matrice cartilaginea; è inoltre priva di involucro il pericondrio.
La fibrocartilagine che costituisce il disco intervertebrale viene denominata anello fibroso, essa si continua con la cartilagine ialina delle vertebre adiacenti nonché dei legamenti spinali.
E’ costituito da una connessione di fasci fibrosi concentrici con un decorso obliquo e incrociato rispetto a quelli adiacenti. Il decorso di tali fibre cambia da verticali in periferia del disco a orizzontali al centro.
L’anello fibroso sta all’esterno del disco mentre al suo interno si trova una massa gelatinosa ellissoidale, costituita da tessuto cordoide detta nucleo polposo.
E’ un gel trasparente costituito dall’88% d’acqua ricco in acido ialuronico e fortemente idrofilo la cui funzione è quella di legare grandi quantità di acqua e limitarne l’uscita quando il disco è posto sotto pressione.
Tale composizione chimica e strutturale del disco fa si che il nucleo sia mantenuto sotto costante pressione e la rete di collagene sotto costante tensione che consente ai dischi di non venire compressi sottocarico. La pressione all’interno del nucleo non è quindi nulla anche quando la colonna non è sottoposta a carichi e tale compressione è appunto determinata dalla sua idrofilia che lo fa gonfiare nel suo alloggio inestensibile. Tale condizione è detta stato di precompressione del nucleo. Il nucleo agisce come un distributore di pressione in senso orizzontale sull’anello e sopporta circa il 75% del carico mentre l’anello solamente il 25%.
Tale meccanismo si riduce se diminuisce la pressione intranucleare per esposizione prolungata al carico,che causa fuoriuscita di acqua dal nucleo, o per altri meccanismi quali la riduzione dei proteoglicani o cedimento delle fibre dell’anulus.Il cedimanto del disco porta a rottura dello stesso ed alla formazione di un ernia discale, che può scompensare una stenosi vertebrale.
All’interno del nucleo non ci sono ne vasi. Gli unici vasi che nell’adulto entrano nel disco sono delle piccole branche di arterie metafisarie che si anastomizzano sulla faccia esterna dell’anulus fibrosus (Bogduk). La sua nutrizione avviene per processi di diffusione e osmosi, attraverso le cartilagini limitanti vertebrali, e grazie ad un meccanismo di pompa per il quale la diminuzione della pressione facilita l’ingresso di sostanze nutritizie e rallenta l’espulsione di cataboliti mentre l’incremento causa la condizione inversa.
La condizione ottimale è quindi determinata dal continuo alternarsi di posture di carico e scarico attorno ad un valore soglia di 80 Kg di pressione intradiscale. Al contrario situazioni di sovraccarico o sottocarico che si verificano ad esempio nel mantenimento delle posizioni fisse ostacolano il ricambio nutritizio e possono favorire fenomeni di degenerazione discale.
Con l’età l’idrofilia del disco diminuisce e decresce la sua attitudine ad essere un buon ammortizzatore. Solitamente questo gioca un ruolo nella diminuzione di statura dei soggetti anziani, anche se in maniera minore del cedimento dei corpi vertebrali e dell’aumento delle curve.
Il disco inoltre non è innervato eccetto la parte esterna dell’anulus. Hirsch et al. hanno riscontrato nello strato superficiale ,adiacente al legamento posteriore alcune terminazioni libere. Yoshizawa et al. hanno osservato molte terminazioni nervose nel terzo esterno dell’anulus. L’origine di queste terminazioni sarebbe costituita da due plessi, uno anteriore, formato da fibre simpatiche, e da rami provenienti da rami comunicanti grigi e uno posteriore proveniente dal nervo sino-vertebrale. I due plessi sarebbero uniti da un plesso latrale formato da rami grigi comunicanti.
Il nucleo polposo non si trova al centro del disco; è collocato in avanti nel segmento cervicale e posteriormente nei segmenti toracico e lombare.
Il nucleo, paragonabile ad una sfera, si trova quindi fra due piani (i piatti vertebrali) imprigionato nell’alloggio inestensibile formato dalle forti fibre dell’anulus.
Permette movimenti di scivolamento anteroposteriore e laterale (taglio) di un piano sull’altro e dirotazione ds e sn su un piano orizzontale, di inclinazione ds e sn su un piano frontale e di flesso-estensione (inclinazione antero/posteriore) su un piano sagittale. In tutto permette movimenti di piccola ampiezza, ma in 6 direzioni (6 gradi di libertà) che sommati insieme spiegano la grande mobilità della colonna.
I dischi intervertebrali rappresentano circa 1/3 della lunghezza totale della colonna, e il loro spessore varia e raggiunge il massimo a livello della colonna lombare, 9mm, mentre è minimo a livello cervicale 3mm.
Anche relativamente al rapporto fra altezza del disco e altezza del corpo vertebrale troviamo differenze nei vari segmenti della colonna; più tale rapporto disco /soma è alto e più la mobilità del segmento è importante. Tale rapporto è di 2/5 a livello cervicale che rappresenta il tratto di maggior mobilità, poi viene il rachide lombare con un rapporto 1/3 ed infine quello toracico il meno mobile, nonostante l’orientamento favorevole delle faccette, fra i tre con un rapporto 1/5 . Altri Autori riportano dei rapporti leggermente diversi: 1/3 a livello cervicale, 1/6 a livello toracico, 1/3 a livello lombare.
Il bordo posteriore del disco delimita la parte anteriore del forame di coniugazione.

Forami intervertebrali (o di coniugazione)
Sono gli spazi attraverso i quali fuoriescono i nervi spinali. Ciascun forame è delimitato anteriormente dal disco intervertebrale e dalla parte posteriore del corpo vertebrale, posteriormente dalle articolazioni inter-apofisaire e dal bordo esterno del legamento giallo, superiormente ed inferiormente dai peduncoli delle vertebre sopra-sottostanti. Il forame vertebrale è costituito per 1/5 dal nervo spinale e per 4/5 da altri tessuti molli (vasi , tessuto adiposo) che possono andare incontro a fenomeni infiammatori e ridurre lo spazio del forame. Ovviamente anche altri fenomeni quali artrosi delle faccette articolari protrusione del disco spondilosi ipertrofia dei legamenti gialli etc possono ridurre tale spazio ed entrare in conflitto con le radici nervose scatenando la sintomatologia dolorosa (stenosi vertebrale o del forame).

 

Classificazione

In relazione all’eziologia, la stenosi lombare è classificata in primitiva o secondaria.

Stenosi Vertebrale Primitiva: Questa forma di stenosi del canale vertebrale è estremamente rara ed è dovuta ad un ristretto diametro del canale midollare su base congenita.

Stenosi Vertebrale Secondaria: Rappresenta la forma più comunemente diffusa di stenosi ed è generalmente dovuta ad una o più delle seguenti alterazioni anatomiche:

  • Degenerazione spondilo-disco-artrosica delle faccette articolari con conseguente loro ipertrofia;
  • Ispessimento o calcificazione del Legamento Longitudinale Posteriore (LLP);
  • Ernia discale espulsa;
  • Ipertrofia delle lamine;
  • Scoliosi del rachide lombare;
  • Spondilolistesi;
  • Presenza di tessuto cicatriziale (ad esempio come esito di pregressi interventi chirurgici).

Fisiopatologia della stenosi del rachide lombosacrale

La stenosi vertebrale lombare è, al giorno d’oggi, da considerarsi come il risultato dinamico di un processo di “microinstabilità” che progressivamente si aggrava e si complica sino a caratterizzare questo tipo di patologia. Le prime e principali alterazioni degenerative si verificano a livello del disco intervertebrale. A tale sede infatti, complici l’avanzare dell’età, il perpetuarsi di eventuali traumi o microtraumi ripetuti che il soggetto si procura con le normali attività quotidiane, si ha una progressiva perdita del contenuto idrico del disco, soprattutto del suo nucleo polposo, cui conseguono una serie di alterazioni quali:

  • Diminuzione di volume e di altezza del disco;
  • Invaginazione delle fibre della parte esterna dell’anulus;
  • Convessità della circonferenza del disco;
  • Fissurazione delle fibre dell’anulus.

La discopatia di uno o più livelli del rachide lombosacrale è, dunque, spesso il primum movens di un processo di microinstabilità della colonna stessa, che sostiene il corpo scaricando il carico di lavoro maggiormente sulle faccette articolari, che a loro volta degenerano, si ispessiscono e danno luogo, assieme al formarsi di osteofiti, al quadro di stenosi lombare

I livelli più frequentemente coinvolti in questo tipo di patologia sono il tratto L4-L5 ed L3-L4. Anche il tratto L5-S1 può essere stenotico, ma con minor frequenza. Quando la stenosi lombare è correlata a spondilolistesi, di solito il livello più comunemente interessato è il tratto L4-L5.

Stenosi vertebrale.

Stenosi vertebrale.

Clinica
La stenosi vertebrale lombare ha una caratterizzazione clinica che varia in rapporto al numero di segmenti interessati, al loro livello, ed alla compromissione, molto spesso parziale, del midollo spinale e delle radici nervose che da esso si distribuiscono alla periferia.

A scopo esemplificativo, possiamo riassumere la stenosi lombare dal punto di vista clinico in 4 fondamentali sintomi/segni:

– Dolore
– Parestesie
– Claudicatio Motoria
Dolore
Non diversamente da altre patologie del rachide, il dolore nella stenosi lombare può essere caratterizzato da:

– lombalgia localizzata su livello interessato dal restringimento;
– dolore irradiato lungo i territori di innervazione delle radici spinali (dovuto ad impegno radicolare).

Parestesie 
E’ una particolare sensazione che consiste in un’anormale stimolazione delle terminazioni sensitive, che corrisponde a formicolio, intorpidimento, etc., fastidiosa ma non dolorosa. Essa può essere più o meno marcata, e varia in relazione alla radice nervosa interessata dalla compressione: il paziente infatti avvertirà tale sensazione in corrispondenza del territorio corporeo di pertinenza della radice spinale (sensitiva) interessata. Un esempio classico, in caso di stenosi vertebrale del livello L5-S1, è dato dalla sensazione di formicolio o alterata percezione tattile che si avverte lungo la ragione glutea, con estensione alla faccia posteriore della coscia e della gamba sino al piede: a tale regione corporea infatti corrisponde il decorso del nervo sciatico, che origina dalla radice, appunto, di L5 ed S1.

– Ipostenia degli arti inferiori

Tale situazione anomala può avere tutta una serie di gradi di gravità, mostrando un ventaglio di sintomi che vanno dalla alterata percezione tattile (disestesia) sino all’incapacità del soggetto di avvertire alcuno stimolo (anestesia), condizione quest’ultima estremamente di raro riscontro ma indice di notevole gravità del quadro stenotico.

Claudicatio Motoria
Vi è poi un sintomo caratteristico delle stenosi vertebrale lombare, denominato “Claudicatio Motoria”. Si tratta dell’aumento del dolore che si irradia agli arti inferiori durante la deambulazione. Il soggetto, una volta iniziato a camminare, deve necessariamente fermarsi per trovare sollievo. Tale sintomatologia è dovuta al fatto che il necessario aumento dell’afflusso di sangue arterioso ai distretti muscolari degli arti inferiori porta, ovviamente, ad un incremento del flusso di sangue venoso refluo dal distretto degli arti inferiori stessi. Ciò induce ad una sorta di “ingorgo” del circolo venoso refluo, e, conseguentemente, ad un utilizzo di altri circoli venosi disponibili per scaricare il sangue in circolo. Tra questi, assume fondamentale importanza il plesso venoso peridurale di Batson.

Questa rete di vasi venosi, posta nel canale vertebrale che circonda il sacco durale, ricevendo un maggior afflusso di sangue refluo, aumenta il proprio calibro, la propria pressione e, di conseguenza, la propria turgidità. In una condizione quindi in cui vi sia già un quadro di stenosi vertebrale, tale variazione non fa altro che diminuire lo spazio esistente tra strutture ossee vertebrali (che delimitano il canale vertebrale appunto) e le strutture nervose ivi contenute (midollo spinale e radici nervose) esacerbando la sintomatologia clinica.

 

Ipostenia degli arti inferiori
Per ipostenia degli arti inferiori si intende la perdita di forza necessaria a svolgere un certo movimento, come ad esempio camminare, o flettere la gamba sulla coscia contro-resistenza. Solitamente nella stenosi vertebrale lombare è monolaterale e consensuale con la regione in cui si avverte dolore. Il meccanismo fisiopatologico responsabile è lo stesso che genera il dolore, ovvero la compressione e quindi la sofferenza che si genera sulla radice nervosa interessata dalla stenosi, cui si aggiunge però, trattandosi di quadri cronici degenerativi che si perpetuano anche per anni, una situazione di ipotrofia muscolare sino all’atrofia grave che si sviluppa nel momento in cui il soggetto, per trovare sollievo dalla sintomatologia dolorosa, carica maggiormente il peso sull’arto controlaterale e dunque “usa meno” la muscolatura di quello del lato stenotico.

 

Trattamento 
Il trattamento chirurgico per la stenosi vertebrale lombare prevede un approccio posteriore mediano al rachide, con il paziente posto in posizione prona in anestesia spinale. Previo reperaggio in scopia RX si individua il livello (o i livelli nel caso di stenosi multisegmentale) da trattare e si centra su di essa l’incisione cutanea, che sarà mediana e lineare della lunghezza di qualche centimetro.Quindi si procede alla scheletrizzazione del rachide, mantenendo il più possibile inalterati i rapporti anatomici dei fasci muscolari superficiali e profondi.

Decompressione bilaterale con approccio unilaterale.

Decompressione bilaterale con approccio unilaterale.

A differenza della maggior parte dei centri italiani ed esteri, non eseguiamo la totale asportazione della lamina ne delle articolazioni, quinid non necessitiamo di stabilizzare la colonna con barre e viti.Questo grazie ad una tecnica innovativa e molto delicata in cui grazie all’ uso di microfrese diamantate riusciamo ad asportare il tessuto osseo necessario a far “respirare” il sacco durale dove sono contenuti i nervi, senza destabilizzare o alterare l anatomia del paziente.

Complicanze
Benché il trattamento chirurgico della stenosi vertebrale lombare sia ormai esperienza consolidata nel tempo ed acquisita dal punto di vista tecnico-strumentale, al pari di ogni altro tipo di chirurgia, esso non è scevro da rischi. Infatti talvolta vi possono essere complicanze quali:

– Rottura della dura madre

– Infezione

-lesione nervose

-emorragie

Le complicanze descritte sono sempre al di sotto del 1%, l unica che rimane più o meno uguale al valore espresso in Letteratura Scientifica sono le infezioni, che però guariscano facilmente con qualche giorno di antibiotico in più.

Spesso paziente che vengono da me per un secondo consulto mi chiedono se è vero che si rischia la sedia a rotelle. La risposta è  no. Almeno con me non succederà mai. Al massimo si può presentare un deficit monosegmentario, ma fino ad ora non ne ho avuti,  perché  rispetto l anatomia della colonna vertebrale.

Guarda: intervento per stenosi lombare

Guarda: Interspinoso

 

 

 

 

 

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